The Little Drummer Girl: recensione dei primi due episodi della serie tv di Park Chan-Wook tratta dal libro di John le Carré

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The Little Drummer Girl: recensione dei primi due episodi della serie tv di Park Chan-Wook tratta dal libro di John le Carré

C’è poco da fare. L’evento storico che ha cambiato per sempre la pratica dello spionaggio e la sua narrativa, nella letteratura come al cinema, non è stato la fine della Guerra Fredda, come in maniera sensata, ma troppo semplicistica, si potrebbe pensare. La vera rivoluzione è arrivata con quella digitale, con i computer e internet e i virus, come ci ha raccontato ad esempio Alex Gibney nel suo documentario Zero Days.
In maniera forse novecentescamente nostalgica, continuerò sempre a preferire le storie di spionaggio classiche a quelle contemporanee: e questo è solo il primo dei motivi per cui The Little Drummer Girl, perlomeno nei suoi primi due episodi, mi sembra essere una (mini)serie di notevole interesse.

A portare in tivù “La tamburina”, romanzo di uno dei maestri indiscussi del genere, John Le Carré, e la sua trama complessa e articolata, zeppa di personaggi, situazioni, inganni e retroscena, è il coreano Park Chan-Wook: e l’incontro tra quel materiale narrativo e un autore che cura in maniera ossessiva l’aspetto formale delle sue opere, stabilendo una corrispondenza sensuale ed epidermica tra quello che racconta e come lo racconta, è sicuramente felice e fecondo.
La mano di Park è tanto più sensibile quanto più discreta, capace di giocare in maniera ardita con la messa in scena senza quasi farne accorgere lo spettatore, abbagliato dalle riscostruzioni scenografiche e costumistiche che gettano diritti dentro le atmosfere tese dell’Europa del 1979, e dai cromatismi accesi, oltre che da una trama che svela le sue carte con progressione inarrestabile, eppure quasi controintuitiva e sorprendente, e sopratutto mai lineare.

Certo, aiuta anche il cast, con un Michael Shannon che lascia trasparire il divertimento provato nel mettere in scena il grande burattinaio israeliano che orchestra la vicenda, un Alexander Skarsgård calato con soffusa efficacia nella sua parte e soprattutto Florence Pugh, una brava come solo gli attori britannici sanno essere, la Tamburina del titolo: l’oscura, giovane attrice inglese dalle idee politiche radicali che viene reclutata dai due uomini per infiltrarsi in una cella terroristica palestinese.
E va reso merito a The Little Drummer Girl di aver trovato l’interprete giusta per una serie che, per quello che ho potuto vedere, racconta ben oltre quanto fatto da Le Carré nel suo libro della relazione strettissima tra lo spionaggio e la recitazione, e la recitazione e la vita.
E allora, per elementare sillogismo, tra spionaggio e vita.

Le spie, si sa, mentono per mestiere, e per mestiere cercano di cogliere e scovare la verità.
Un’attrice fa lo stesso: si spaccia per un’altra persona, ma di quella persona e della sua storia deve cogliere il cuore, l’essenza, la Verità.
E, tutto sommato, lo stesso facciamo noi nella vita, con le nostre maschere, le nostre bugie piccole o grandi, che servono a tenere celato e protetto quello che siamo veramente e che abbiamo paura qualcuno rubi o ferisca, mentre cerchiamo di carpire la verità di chi abbiamo di fronte per poter affrontare la vita nella maniera più sicura possibile.
E c’è una grande scena, nel secondo episodio di The Little Drummer Girl, con Florence Pugh vestita di giallo, colore dell'inganno, sul divano di una splendida villa d’Atene, messa alle strette da Shannon e Skarsgård, che tutto questo lo sintetizza in un paio di minuti e in maniera esplosiva quanto la bomba che detona all’inizio del primo.
Con la forza del racconto: scritto, cinematografico o televisivo che sia.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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