L'odissea cupa di Westworld - la nostra recensione della nuova serie tv

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L'odissea cupa di Westworld - la nostra recensione della nuova serie tv

Il western incrocia la fantascienza nella nuova serie HBO Westworld, in onda in Italia dal 10 ottobre su Sky Atlantic, anche se è possibile iniziare a gustarsela in originale con sottotitoli questa sera, lunedì 3 ottobre, alle 21:15. Un pilota molto atteso che arriva dopo l'esplosione dei costi fino a 100 milioni di dollari e qualche riscrittura, per una serie su cui il colosso americano punta molto per raccogliere il testimone de Il Trono di spade. Si tratta di un remake in forma seriale del film Il mondo dei robot, scritto e diretto nel 1973 dal mago della science fiction Michael Crichton. Un lavoro pionieristico sulla ribellione della tecnologia nei confronti dell'uomo creatore che ha ispirato Jonathan Nolan - anche regista del pilota - e J.J. Abrams, produttore esecutivo con la sua Bad Robot.

Una scommessa non da poco, quella di far coesistere due generi così apparentemente lontani come il western e la science fiction; è subito chiaro dalla prima ora come l'intenzione sia di creare un parallelo fra i pionieri dell'espansione a occidente e i pionieri della produzione in serie di androidi perfettamente simili all'uomo. Il tutto per caricare di significati filosofici quella che viene definita "una cupa odissea sull'alba della coscienza artificiale e il futuro del peccato".

Westworld
Anthony Hopkins e Jeffrey Wright in Westworld.

Westworld è un mondo creato per ricchi clienti che vogliono immergersi totalmente in un vero parco a tema western, in cui interagiscono con robot progettati per interpretare una parte. Chissà se hanno colto l'ironia della vicenda i veri attori, uno dei grandi motivi di interesse della serie: Evan Rachel Wood come giovane innamorata del bel cowboy James Marsden, Thandie Newton, Jeffrey Wright, Ed Harris, oltre alla brava danese Sidse Babett Knudsen e lo scienziato creatore, Anthony Hopkins.

Non stupisce che sia stato proprio Crichton a disegnare un mondo di questo genere, lui che si è divertito 17 anni dopo, in Jurassic Park, a raccontare un altro parco di divertimenti in cui la scienza si spinge troppo in là. In Westworld questo tema ritorna, quando si incrina il meccanismo perfetto e lìossessione per la perfezione prende la mano degli scienziati della corporation proprietaria del parco. Nei suoi ranghi dirigenziali si crea una divisione fra i manager legati al successo economico e i sognatori in preda alla hybris, dei di una nuova razza per cui l'errore è elemento chiave dell'evoluzione. Gli androidi di Westworld si ribellano come figli in preda ai furori dell'adolescenza, perdono le granitiche certezze della loro placida esistenza virtuale e si trovano con qualche ricordo residuo nella memoria - cancellata fra un'interpretazione e l'altra - fino a generare l'embrione di un subconscio.

Westworld
James Marsden ed Evan Rachel Wood in Westworld.

Se è impossibile giudicare una serie dal suo primo capitolo, possiamo però dire che la grande ambizione tipica della famiglia Nolan sembra porre le sue basi su fondamenta solide, più che in altre circostanze, forse anche grazie alla collaborazione della Lisa Joy di Pushing Daisies. Già in Person of Interest Jonathan Nolan aveva dimostrato di poter gestire lo sviluppo narrativo seriale, e in Westworld scommette nella sua capacità di farci continuare a credere nella potenza della finzione pur svelandone i segreti, mostrandoci chi e come tira i fili. Per ora ci siamo divertiti, apprezzando il paradosso di un mondo in cui sono i robot a dimostrare coinvolgente umanità, lasciando agli uomini il ruolo di paladini della frigidità.



Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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