Up & Down - Un film normale Recensione

Titolo originale: Up & Down - Un film normale

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Up & Down - Un film normale: la recensione del film documentario

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Up & Down - Un film normale: la recensione del film documentario

La disabilità è una cosa seria e chi ha un figlio affetto da sindrome di Down sicuramente deve rimboccarsi le maniche e faticare il doppio o il triplo degli altri genitori, specialmente in un paese dove l'assistenza pubblica verso chi ha più bisogno vede sempre più restringersi i suoi spazi e costringe a fare affidamento sul volontario o su privati di buona volontà. Ma, una volta tanto, un film documentario non mette al centro il dramma, la sofferenza e le difficoltà di una situazione del genere, quanto la felicità di una bella realtà condivisa di cui ignoravamo l'esistenza: quella del laboratorio teatrale diretto a Livorno dal 1997 anni da Lamberto Giannini, che su quasi 100 attori ne ha la metà disabili, e che grazie alla collaborazione con Paolo Ruffini ne ha portati molti in tournée in tutta Italia con lo spettacolo Up & Down. da cui ha ripreso il titolo questo “film normale”.

È l’occasione perfetta per riflettere sul concetto di normalità in un momento storico in cui chi si allontana dai ranghi viene stigmatizzato e isolato, in questa società infelice e arrabbiata, sempre alla ricerca di potenziali vittime per la sua insoddisfazione. Alla faccia di chi sfoga sugli altri la propria rabbia e tristezza, Up & Down è un film felice. Lo è nella sua struttura anarchica e un po' sgangherata, nel suo patchwork di momenti, storie, volti e scoperte che rende benissimo l'idea del viaggio compiuto dai protagonisti. E lo è nel suo concedere spazio ai baci, agli abbracci e alla tenerezza, che ci riportano alla memoria la nostra infanzia o quella dei nostri figli e l'unica cosa che contava non erano le parole ma il calore umano che tutto contiene.

Sembra proprio una collaborazione riuscita e complementare quella tra la severità di Giannini (che si definisce “spietato”) e la leggerezza di Ruffini,  due lati della stessa medaglia, che condividono con i ragazzi il lavoro e il gioco, li responsabilizzano e li divertono. Il teatro è una cosa seria, una disciplina autentica: permette a chi lo pratica di trasformarsi ma richiede concentrazione e fatica. A questi ragazzi insegna a parlare meglio e ad esprimersi secondo le loro capacità, fisiche e caratteriali. Non c'è mai nel film uno sguardo dall'alto sulla diversità, non c'è pietismo e soprattutto non c’è distanza. E si capisce benissimo che all’interno di un gruppo accomunato dalla disabilità ognuno di questi uomini e donne, che mantengono spesso inalterate le caratteristiche dell’infanzia e dell’adolescenza, ha il suo carattere e la sua personalità. C’è l’egocentrico e il piacione, il tenero e la seduttrice, l’autistico di talento e il ragazzaccio, il burbero e il dispettoso. Alla fine del film ci sembra di conoscerli e abbiamo voglia di abbracciarli tutti.

Sono molte le scene che fanno ridere, sorridere e venire gli occhi lucidi. In questo abbraccio caldo, appiccicoso e a volte invadente, Paolo Ruffini si trova perfettamente a suo agio, condivide con questi ragazzi un affetto vero, si mette in gioco con loro in uno scambio da cui entrambe le parti traggono vantaggio. Per questo Up & Down è un film che non solo fa venir voglia di vedere lo spettacolo teatrale, ma apre un mondo di meraviglie a volte precluse a noi così fieri di essere abili, connessi, funzionanti, “normali” nella vita di tutti i giorni, che per godere di questo nostro privilegio non dobbiamo sforzarci più di tanto e magari ci lamentiamo pure. Ma che vuol dire essere normali? Come sintetizza splendidamente la frase di Alda Merini, messa a epigrafe del film: “La normalità è un’illusione. Un’invenzione per chi è privo di fantasia”. E di fantasia le persone che hanno fatto questo film ne hanno davvero tanta.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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